Incubo o realtà?

RICCARDO  SORTINO

25/04/2020

Da egoista, avevo sempre sperato di vivere eventi eclatanti, guerre e periodi che sarebbero stati ricordati come spartiacque temporanei tra l’età in cui vivevo e una nuova. Mio malgrado, quando mi ritrovai nel bel mezzo di una situazione spiacevole che imperversò su tutto il Creato, mi capacitai del fatto che vivere in un contesto del genere non era poi così eccitante.

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Foto di gettyimages

Fu chiamato Covid-19 un virus invisibile che colpiva le vie respiratorie provocando danni ingenti a chi avesse avuto malattie preesistenti a quell’agente patogeno. Non guardava in faccia a nessuno, un po’ come la morte: tutti uguali di fronte a questa.

Mia nonna aveva paura di nominarlo, di conseguenza lo chiamava “Tu-sai-cosa”, utilizzando, inconsapevolmente, una kenning. Il focolaio iniziale scoppiò in Cina, ma molte furono le supposizioni che nacquero per quanto riguardava la sua venuta: si pensava che fosse nato in un mercato cinese tramite una possibile zoonosi (una qualsiasi malattia infettiva che può essere trasmessa dagli animali all’uomo); che con questa si volesse distruggere l’economia cinese portandola al collasso; che ci fosse un possibile complotto per distruggere varie nazioni. Insomma, una serie di fandonie senza fondamento. La popolazione italiana temeva che il Covid-19 arrivasse anche nel suo bel paese, nonostante il governo fosse certo che sarebbe rimasto circoscritto alla Cina; purtroppo, però, asserire che il coronavirus non sarebbe arrivato anche in Italia era puro masochismo.

La situazione si stava prendendo sottogamba, soprattutto nella mia regione: la Sicilia. Pensai che, se ci fossero stati dei casi accertati, non ci sarebbero stati né il tempo di agire né tantomeno strutture adibite a tale emergenza. Il vero problema – anche se non era da prendere alla leggera, ma lo feci passare in secondo piano per una questione di “priorità” – non era tanto chi avesse contratto il virus, bensì la trasmissione che sarebbe avvenuta tramite quest’ultimo.

Il fatto che si dicesse che solo le persone più cagionevoli erano a rischio e che quindi non bisognava preoccuparsi, era solo la prova dell’egoismo che da secoli imperversava sulle menti dell’umanità. Tirare un sospiro di sollievo perché la percentuale di morti era bassa non era un principio etico: ogni vita era preziosa.

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Foto di gettyimages

In Cina la situazione degenerò: studenti che, per ordinanza dello Stato, furono costretti a indossare una mascherina per andare a scuola e per badare alla loro incolumità; gente che si rinchiuse in casa come succedeva durante i periodi di guerra per paura che la “bomba” colpisse anche loro; razzismo e xenofobia da parte di tutto il mondo verso i cinesi. Gli italiani si adagiarono sulle loro comode poltrone fino a quando non arrivò anche da loro. Successe il putiferio.

Iniziò il periodo di quarantena, che portò allo sfacelo dell’economia e di tutte le istituzioni presenti nella Nazione (per non parlare dei danni psicologi arrecati ai cittadini). Per le strade delle città vi era un silenzio simile a quello presente nel punto più profondo della fossa delle Marianne. Un vero incubo. Pensai che, non appena fossimo usciti dalla condizione di isolamento di cui eravamo schiavi, ci saremmo stupiti nello stesso modo in cui si sarebbe meravigliato un cieco se gli si fosse data la capacità di vedere il mondo per la prima volta.

Capii che occorreva una pandemia che debilitasse tutte le nazioni del mondo per instaurare un rapporto di fratellanza tra concittadini. Purtroppo, però, mentre la gente moriva, inquilini di palazzine collocate nei dintorni delle città, i quali stentavano a salutarsi nei giorni considerati “normali”, con la venuta del Covid-19 e la rispettiva quarantena, contavano gai l’inno d’Italia nei loro balconi, scambiandosi sorrisi e messaggi speranzosi. Insomma, le loro menti apparivano adornate da un cucchiaino raso di superficialità, ipocrisia e menefreghismo.

Durante quei giorni, avrei voluto che l’acqua della doccia, bagnandomi, mi avesse fatto diventare proprio come lei; poi, scorrendo, mi sarei immerso nello scarico per uscire da casa. Avevo bisogno di accarezzare di nuovo il viso di mia nonna e di vedere con i miei occhi la siepe che costeggiava il tratto di strada di fronte alla mia abitazione.

Quel periodo fu considerato come il momento più difficile dal Secondo Dopoguerra, eppure allora io neanche sapevo cosa fosse una guerra. A dire la verità, mia nonna ne parlava spesso: annoverava una serie di avvenimenti molto simili a quelli che stavamo vivendo a causa del Covid-19; ahimè, non era un parallelismo esatto. Un giorno mia madre pianse.

Non avrei mai potuto dimenticarlo: 20 marzo 2020. Si gettò tra le braccia di mio padre e proruppe in lacrime. Solo quando la vidi negli occhi mi resi conto che eravamo in “guerra”, e che la situazione era grave. Tuttavia, vi era qualcosa che non quadrava. Era come se gli avvenimenti non fossero casuali: il mondo non ne poteva più di essere inquinato, di conseguenza apparve il COVID-19 che, in poco tempo, mise la popolazione mondiale in ginocchio, e fece in modo che – a causa della sua propagazione virulenta – la gente si rinchiudesse in casa.

Quel marzo fu strano: sebbene non avesse piovuto nemmeno un secondo durante quel sereno inverno, quel mese invece piovve efferatamente, tanto che i qualunquisti dovettero rassegnarsi a rimanere nelle loro case sicure. In quel periodo avevo un motto: “non tutti i mali vengono per nuocere”. Ed era così: non avremmo mai più fruito – salvo circostanze fortuite – di un arco di tempo simile in cui stare a casa per dedicarci alle attività che più ci entusiasmavano o per riscoprire noi stessi. Quindi, domandai a me stesso: perché, invece di brontolare o protestare, non sfruttavo quel tempo per fare qualcosa di utile?

Decisi che un giorno avrei iniziato con la lettura, e chissà, l’indomani mi sarei cimentato nella cucina, due giorni dopo in uno studio approfondito di Dante Alighieri, nei giorni seguenti avrei saltato la corda fino allo sfinimento e così via. C’era in ballo la vita di molta gente e, che a noi italiani piacesse o meno, avremmo dovuto unire le forze per sconfiggere quel virus che da mesi, ormai, albergava nel nostro Paese.

Non tornai più a scuola, non finii mai il mio quarto anno di liceo “normalmente”; le lezioni venivano impartite tramite piattaforme digitali, e le pagelle le esposero sul sito della scuola. Io avevo paura: non volevo morire a quell’età. Ero un diciassettenne, quasi diciottenne. Avrei compiuto gli anni di lì a poco, ma non ero sicuro di arrivare alla data del mio compleanno sano e salvo.

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Foto di gettyimages

Mi sarei accontentato di quello che mi avrebbe donato la vita, che fosse un grattacielo di gioia o un materasso di tristezza. Nonostante ciò, ero convinto di una cosa: l’avremmo sconfitto, quel virus.

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