Pace e guerra

GLORIA TROMBINO

02/11/2019

Il termine “guerra” indica un conflitto aperto e dichiarato fra due o più stati, o in genere fra gruppi organizzati, etnici, sociali, religiosi, ecc., nella sua forma estrema e cruenta, quando cioè si sia fatto ricorso alle armi; nel diritto internazionale è definita come una situazione giuridica in cui ciascuno degli stati belligeranti può, nei limiti fissati dal diritto internazionale, esercitare la violenza contro il territorio, le persone e i beni dell’altro stato, e pretendere inoltre che gli stati rimasti fuori del conflitto, cioè neutrali, assumano un comportamento imparziale.

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Al contrario, il termine “pace” è quella condizione di accordo tra paesi e nazioni e generalmente, pace è considerata l’assenza di lotte e conflitti armati. Il concetto di pace è così strettamente connesso a quello di guerra che i due termini “pace” e “guerra” costituiscono un tipico esempio di antitesi, proprio come gli analoghi “ordine-disordine”, “concordia-discordia”, “armonia-disarmonia”.

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Per quanto la guerra in tutte le sue forme susciti generalmente orrore, non possiamo cancellarla dalla storia perché il mutamento storico, il passaggio da una fase all’altra dello sviluppo storico, sono in gran parte il prodotto delle guerre, delle varie forme di guerra, le guerre esterne tra gruppi relativamente indipendenti e le guerre interne fra parti in conflitto di uno stesso gruppo per la conquista del potere. Da sempre l’uomo ha fatto guerra contro l’altro, proprio per questo motivo il termine “guerra” è molto più forte del termine “pace”.

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In particolare il secolo del ‘900, considerato come “secolo breve” dallo scrittore Eric Hobsbawm, vede protagoniste due grandi guerre mondiali che quindi coinvolgono moltissime nazioni a combattere fra loro e a giustificare l’orrore della guerra e tutte le vittime causate da essa, con dei semplici trattati di pace, che di pace non avevano sicuramente nulla, perché furono proprio questi a portare ancora più divisioni e conflitti.

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Alla fine della prima guerra mondiale i trattati di pace erano già stati firmati: il trattato di Parigi (1919) che soddisfece quella sete di vendetta, la cosiddetta “Revanche” da parte della Francia nei confronti della Germania e che comportò il risarcimento dei danni di guerra e della riduzione dell’esercito a 100.000 unità; il trattato di Saint-Germain (1919) che consisteva nel riconoscimento dell’indipendenza di Polonia, Jugoslavia e Cecoslovacchia, nel divieto di unificazione tra Austria e Germania e la cessione all’Italia dell’Alto Adige, Trieste e Istria meridionale; il trattato di Trianon (1920) che consisteva nella cessione della Croazia e della Slovenia alla Jugoslavia, della Transilvania alla Romania e della Rutenia alla Cecoslovacchia; il trattato di Sèvres (1920) con il riconoscimento dell’indipendenza dell’Armenia, il controllo alleato sulla zona degli stretti e la rinuncia ad ogni pretesa territoriale oltre le proprie frontiere e infine il trattato di Neuilly (1919) che sottrasse alla Bulgaria la Tracia e la Dobrugia.

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Al termine della Prima guerra mondiale, John Maynard Keynes, uno dei più grandi economisti del XX secolo, fu chiamato a rappresentare la Tesoreria britannica alla Conferenza di Pace di Versailles. Nel giugno 1919, tuttavia, decise di dimettersi dall’incarico affidatogli, ritenendo che le pesanti riparazioni imposte alla Germania dai paesi vincitori avrebbero portato alla rovina l’economia tedesca, determinando inevitabilmente lo scoppio di un nuovo conflitto mondiale.

È in seguito a tale esperienza che Keynes pubblicò Gli effetti economici della pace (The economic consequences of peace, 1919), intenso saggio nel quale denunciava l’errata convinzione dei vincitori di avere combattuto la “guerra finale”, che avrebbe posto fine a ogni altro conflitto. Keynes criticava la politica di Clemenceau, Lloyd George e Wilson, tendente a ridurre i problemi del dopoguerra ad una pura e semplice questione di frontiere e sovranità. L’opera è destinata ad una immediata e immensa fortuna: il libro venne tradotto in 11 lingue e in Inghilterra se ne vendettero in poco tempo 140.000 copie.

Il saggio contiene un impietoso e documentatissimo atto di accusa contro la decisione dei vincitori di imporre le più pesanti riparazioni per i danni di guerra a carico degli sconfitti. Decisione e scelte che immancabilmente […] avrebbero avuto come unico esito il ritorno di una Germania umiliata e impoverita e, di conseguenza, lo scatenamento di una nuova guerra […]. Ci sarà una nuova guerra, «davanti alla quale appariranno trascurabili gli orrori della recente guerra tedesca» – scoppierà, una guerra, insomma «che distruggerà, chiunque ne sarà il vincitore, la civiltà e il progresso della nostra generazione».

Il 13 maggio del 1919 il conte Brockdorff-Rantzau comunicò alla Conferenza di pace delle Potenze Alleate il rapporto della Commissione economica tedesca incaricata di studiare gli effetti delle condizioni di pace sulla situazione della popolazione tedesca. In questa comunicazione, Brockdorff-Rantzau, tra l’altro, diceva: «Tra brevissimo tempo la Germania non sarà in condizione di dare pane e lavoro ai suoi milioni e milioni di abitanti, cui viene impedito di guadagnarsi da vivere con la navigazione e il commercio». E concludeva con le seguenti parole: «Chi firma questo Trattato firmerà la condanna a morte di molti milioni di uomini, donne e bambini tedeschi». Ed ecco il commento di Keynes: «Non mi risulta che queste parole abbiano avuto risposta adeguata (…) Questo è il problema fondamentale che abbiamo di fronte, rispetto al quale le questioni delle modifiche territoriali e sull’equilibrio europeo sono insignificanti». Ciò, per la ragione, proseguiva Keynes, che «alcune delle catastrofi della storia, ritardatrici per secoli dal progresso umano, sono scaturite dalle reazioni all’improvvisa scomparsa, per eventi naturali o per opera dell’uomo, di condizioni temporaneamente favorevoli che avevano permesso la crescita della popolazione oltre il numero sostentabile quando le condizioni favorevoli ebbero fine».

La preoccupazione di fondo di Keynes era, insomma, che l’Europa avrebbe potuto sperare in un «ben diverso futuro», se i vincitori «avessero capito che i problemi più gravi reclamanti la loro attenzione non erano politici o territoriali ma finanziari ed economici, e che i pericoli del futuro non stavano in frontiere e sovranità, ma in cibo, carbone e trasporti». Ma così non fu. Clemenceau «aveva una sola illusione, la Francia; e una sola delusione, l’umanità, inclusi i francesi e non ultimi i suoi colleghi» per lui «il tedesco era in grado di capire soltanto l’intimidazione»; dunque, arrogante e miope Clemenceau, arrendevoli Wilson e Lloyd George, sostanzialmente inconsistente Vittorio Emanuele Orlando. Da qui un Trattato di pace che, se mandato ad effetto, non può che danneggiare ulteriormente l’opera rovinosa cominciata dalla Germania. Fu proprio la consapevolezza delle disastrose conseguenze economiche della pace per il destino dell’Europa e della civiltà occidentale a motivare le dimissioni di Keynes dall’incarico di rappresentante del Tesoro inglese alla Conferenza di Versailles. […] Keynes lascia Parigi e si ritira nel Sussex, dove scrive in un paio di mesi il suo profetico atto di accusa. Una lezione di onestà, coraggio e lungimiranza. E di umana sensibilità: «I problemi finanziari che incombevano sull’Europa non potevano essere risolti dall’avidità. Per essi la possibilità di cura stava nella magnanimità».

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Alcuni di questi trattati di pace, però, causarono lo scoppio della seconda guerra mondiale che vede come protagonisti, la Germania, alleata con l’Italia e il Giappone, contro la Francia, gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e la Russia, per un desiderio smanioso di conquista, di ottenimento di potere e di espansione che avrebbe portato sicuramente alla realizzazione del progetto di Adolf Hitler: la nascita di una Grande Germania. La seconda guerra mondiale finisce però, con la sconfitta della Germania e di tutte le sue nazioni alleate e con la vittoria dell’Unione Sovietica, Stati Uniti, Francia, Albania, Grecia, Regno Unito, Polonia e molti altri.

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In seguito, dopo un breve periodo di pace, scoppiò un’altra guerra, una guerra senza armi, una guerra considerata “fredda” che vide come protagonisti la Russia contro gli Stati Uniti d’America.

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Una delle soluzioni più rapide fu sicuramente la nascita dell’organizzazione del trattato dell’Atlantico del Nord (NATO) che fu firmato nel 1949 con lo scopo di difendere tutte le nazioni del mondo che appartengono all’Occidente dagli attacchi dell’Unione Sovietica. Alla NATO si contrappone il Patto di Varsavia, firmato il 14 maggio del 1955 che prevedeva un’integrazione militare fra gli eserciti degli Stati coinvolti, l’organizzazione di consultazioni periodiche e l’impegno ad un intervento coordinato qualora l’URSS o un altro stato partecipante fosse stato attaccato. Gli Stati coinvolti erano URRS, Polonia, Cecoslovacchia, Repubblica democratica tedesca, Romania, Bulgaria, Ungheria e Albania. Nel 1989, di fronte al crollo dell’URSS e all’uscita, l’anno successivo, della Germania dell’Est, il Patto di Varsavia appariva militarmente inutile ma ci vollero altri due anni perché i Paesi membri decidessero di scioglierlo. Il Patto ebbe termine il 31 marzo 1991 e venne ufficialmente sciolto il 1° luglio 1991.

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Il ‘900 di Hobsbawm termina quindi con il crollo del muro di Berlino del 1989 (costruito nel 1961 a causa della spartizione in Berlino est e Berlino ovest) e con il crollo dell’Unione Sovietica, ma anche se apparentemente questo secolo sembrerebbe terminare in maniera pacifica, le guerre e i conflitti saranno sempre presenti in contrapposizione a quelli che saranno brevi momenti di pace.

 

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