“La bella estate”, C. Pavese

BENEDETTA MESSINEO

01/10/2018

Cesare Pavese, uno dei maggiori intellettuali italiani del XX secolo, in un romanzo di 111 pagine che inizialmente faceva parte di una trilogia insieme a “Il diavolo sulle colline” e “Tra donne sole”, racconta di Ginia, sedicenne che si affaccia al mondo degli adulti e che si ritrova sopraffatta da emozioni, luoghi e persone che non conosce.
Una Torino post seconda guerra mondiale fa da sfondo a una maturazione improvvisa, che avviene nel corso di una stagione: l’estate.

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L’autore si serve di una scrittura simbolica e di difficile comprensione per guidarci all’interno della vita di Ginia e farci capire che tutti noi abbiamo avuto la nostra bella estate, un periodo in cui abbiamo avvertito forti cambiamenti nella nostra personalità e, stupendocene, abbiamo desiderato che questo periodo non finisse mai.

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E’ quello che accade a Ginia, umile lavoratrice in un negozio di vestiti, abituata alla sua routine e alle sue compagnie poco stimolanti: il fratello Severino, personaggio passivo e avvolto in un mutismo quasi totale e l’amica Rosa, operaia sempliciotta che invece parla troppo.

Il cambiamento di Ginia avviene con il concludersi della primavera e con il sopraggiungere dell’estate e viene rappresentato non dalle feste in collina, ma da un personaggio cardine che funge da guida.

Ad accompagnare Ginia nel mondo della corrotta bohème torinese è Amelia, una ragazza poco più grande di lei, ma che incarna la sicurezza, la scaltrezza e la sfacciataggine a cui Ginia ha bisogno di aggrapparsi per intraprendere la sua ascesa personale.

Amelia è un personaggio misterioso perché dotato di mille sfaccettature: si tratta di una ragazza che, avendo bruciato le tappe ed essendosi lanciata verso l’estate senza vivere la primavera, sa sempre come agire e reagire, ha la battuta pronta in ogni occasione ed è sicura di quello che fa, anche se si tratta di aspettare tutto il giorno, seduta al tavolo di un caffè, che un artista la noti.

Tuttavia si tratta di una sicurezza apparente. Amelia desidera un’estate eterna che per lei è rappresentata dal suo lavoro: posare nuda per degli artisti. E’ questo che soffoca il suo dolore e i suoi ricordi: il frenetico presente.

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Lo scrittore si avvale di Amelia per creare un tramite fra la Ginia adolescente e la Ginia matura (o che pretende di essere tale). Le due ragazze cominciano a frequentare sale da ballo e a bere, azioni che per Pavese rappresentano un rito d’iniziazione. Ginia cambia velocemente e il primo passo che compie è quello di abbandonare le amicizie adolescenziali, o simbolicamente “primaverili”, come quella con Rosa, che le procurano imbarazzo.

Grazie ad Amelia, Ginia ha modo di conoscere artisti perdigiorno e di innamorarsi di uno di loro: Guido.
E’ un amore che ha una configurazione adolescenziale, perché caratterizzato da emozioni forti che sconvolgono la ragazza e che la avvolgono nel turbine della gelosia, fino a farla quasi ammattire, visto che il suo unico pensiero diventa Guido. Quest’ultimo, invece, rappresenta la razionalità e il menefreghismo tipici degli adulti.

Ginia con Guido proverà una seconda vergogna, che la metterà in ridicolo di fronte ai suoi amici: posare nuda. Questo la farà precipitare nel triste inverno, dal quale si chiederà se sia possibile uscire.

In tal caso si comporterà come la bambina che è, alla ricerca di attenzioni che faticano ad arrivare.
Tornerà di nuovo l’estate o la vita è soltanto un lungo inverno?

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