La visione della “donna” in Boccaccio

BENEDETTA MESSINEO

25/08/2018

La figura femminile è stata a lungo, e forse lo è ancora, vittima di una società maschilista. Sono stati necessari millenni prima che la mentalità comune mutasse e uno dei principali fautori dell’inizio di questo cambiamento è stato proprio Giovanni Boccaccio.
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Egli, poeta del 1300, riscattò la donna dalla sua posizione marginale e subordinata al genere maschile, dalla sua condizione di esclusione dall’istruzione e dalla cultura e lo fece servendosi della forza delle sue novelle che, se scritte solo qualche decennio prima, lo avrebbero fatto accusare di eresia.
La donna di Boccaccio non si vergogna di provare sentimenti e tanto meno di esprimerli. Ella si sente libera dalle assurde convenzioni sociali tipiche dell’ideale cavalleresco che implicavano che fosse l’uomo a dover provare e mostrare interesse e la donna dovesse semplicemente essere oggetto di queste attenzioni.
La visione di Boccaccio della donna prevede che ella possa esprimere i propri desideri erotici, sia dotata di coraggio e dia prova di ingegno e virtù; tuttavia la forza rivoluzionaria delle idee dello scrittore rimane circoscritta nella sfera erotica.
Dunque, quello di Boccaccio potrebbe essere considerato il primo tentativo nella storia della letteratura di assegnare importanza al ruolo della donna.
Di conseguenza, nella più famosa opera dell’autore in questione, il Decameron, uno dei temi principali è quello strettamente legato al gentil sesso: l’amore.
L’amore di cui si parla è quello laico, dal più nobile a quello legato esclusivamente all’erotismo.
La “ciciliana”, protagonista della quinta novella della giornata II, giornata in cui l’onesta brigata di narratori racconta delle avventure a lieto fine, è una donna, citando il Boccaccio, «giovane e bellissima, ma disposta per piccol pregio a compiacere a qualunque uomo».
Tale donna, una prostituta, bramosa dei 500 fiorini che un mercante perugino, Andreuccio da Perugia, mostra pubblicamente, in quanto interessato ad acquistare un cavallo, finge di essere una sua sorellastra e, accogliendolo nella sua dimora per la notte, escogita uno stratagemma: un’asse schiodata del pavimento della latrina, dove Andreuccio si reca non prima di essersi spogliato dei suoi vestiti e della bisaccia, lo fa precipitare nella fogna, dove non subisce danni fisici ma richiama l’attenzione del quartiere. È costretto ad andarsene, spinto dal ruffiano della prostituta, al fine di evitare problemi più gravi.
Nonostante il protagonista indiscusso di questa novella sia Andreuccio, esponente della nuova classe sociale di mercanti, élite dotata di scaltrezza e astuzia e sempre pronta a tutto per coronare i propri obiettivi, un ruolo di importanza fondamentale è proprio svolto dalla donna di piacere, Fiordaliso. Ella è l’esempio della donna maliziosa, dell’orditrice di inganni ai danni di poveri sprovveduti. È la versione al femminile di Andreuccio: anche lei, per perseguire i suoi scopi, utilizza la sua intelligenza ma anche la sua bellezza volgare e la sua astuzia risiede nella sua consapevolezza di aver bisogno di aiutanti per riuscire nel suo intento. Ed è per questo che si serve dei suoi vicini, abitanti del quartiere Malpertugio.
Il tema di fondo che collega entrambi i personaggi è quello della Fortuna, la quale, però, si realizza solo grazie alle capacità dei due: la ciciliana è fortunata nell’imbattersi in un uomo ingenuo e fin troppo fiducioso nel prossimo, ma risulta essere un’eccellente attrice; Andreuccio, invece, incontra due ladri che possono riscattarlo dalla sua condizione: con loro effettua un furto a una bara di un vescovo ed è fortunato sia quando due guardie lo tirano su dal pozzo in cui si stava lavando sia quando un prete che cerca di aprire la tomba del vescovo, lo libera dal luogo in cui era stato
bloccato dai due ladri.

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A scegliere il tema per la quarta giornata è Filostrato: si parlerà di amori dall’esito tragico.
Esordisce Fiammetta raccontando la novella di Tancredi e Ghismunda. Tancredi è il principe di Salerno e il geloso padre di Ghismunda, il quale cerca di ritardare il matrimonio della figlia e quando quest’ultima rimane vedova, prolunga il suo stato di solitudine. Tuttavia la fanciulla si invaghisce di un valletto del padre, Guiscardo, che ricambia i suoi sentimenti. I due, in uno dei loro incontri clandestini in cui Guiscardo si calava in una grotta per poi raggiungere le stanze dell’amata, vengono scoperti da Tancredi. Quest’ultimo fa imprigionare Guiscardo e riferisce alla figlia di essere venuto a conoscenza della sua tresca con un uomo che non solo non era suo marito, ma era anche di condizione inferiore. Allora Ghismunda si cimenta in un discorso in cui esalta la nobiltà d’animo del valletto che prescinde dalla sua posizione sociale ed esprime al padre i sentimenti che prova per il ragazzo. Facendolo, dà prova della sua invidiabile eloquenza. Tancredi, il quale nutre un amore sconsiderato e quasi incestuoso nei confronti della figlia, fa strangolare Guiscardo e porta il suo cuore a Ghismunda. Alla ragazza non resta altro che impregnare il cuore dell’amato di veleno e berlo da lì. Tancredi, pentitosi della sua inaudita violenza, rispetta le ultime volontà della figlia e la fa seppellire nella stessa tomba del giovane.
Questa novella mette al centro un’altra figura femminile, quella di Ghismunda, una donna forte, coraggiosa, dignitosa, intelligente, capace di prendere l’iniziativa e di trovare un modo per realizzare ciò che desidera e soprattutto eloquente, una delle doti che Boccaccio dimostra di apprezzare maggiormente. Ella rappresenta l’emblema dell’emancipazione delle donne, in contrasto con il padre Tancredi, il quale incarna i pregiudizi sociali nei confronti del genere femminile.
Ghismunda riesce anche a ribaltare gli schemi cavallereschi: è lei a scegliere l’uomo ed è sempre lei a regolare gli incontri tramite l’ingegnoso piano della scala che dalla grotta conduceva nelle sue stanze.
«Esser ti dové, Tancredi, manifesto, essendo tu di carne, aver generata figliuola di carne e non di pietra o di ferro». Con tali parole Ghismunda intende evidenziare l’aspetto materiale dell’uomo e rivendicare i diritti del corpo per giustificare il proprio desiderio di amore e felicità. Il corpo è fondamento dell’essere biologico se lo si considera dal punto di vista della fisicità; dunque non può esistere una felicità che prescinde dalla vitalità e dalla soddisfazione del sesso.
In Ghismunda coesistono due tipi d’amore: da una parte quello sensuale, dettato dall’istinto naturale che non può essere represso; dall’altra l’amore nobile e puro, menefreghista dei criteri sociali ed economici. Guiscardo, infatti, rimandando all’espressione usata da Francesca da Rimini nel V canto dell’Inferno al verso 103 «Amor, ch’a nullo amato amar perdona», afferma: «Amor può troppo più che né voi né io possiamo».

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È Dioneo che racconta la decima novella della terza giornata, dedicata alla narrazione di chi una cosa a lungo desiderata ottiene o ritrova. Dioneo si diletta a parlare di Alibech, donna musulmana della Tunisia che si reca in pellegrinaggio nel deserto del Tebaide, in Egitto con l’intento di servire Dio. La ragazza si imbatte in Rustico, il quale le propone di effettuare il servizio più gradito a Dio: rispedire il diavolo all’Inferno (espressione che rimanda all’atto sessuale).
Si tratta di una delle novelle raccontate sotto il reggimento di Neifile, tutte storie, tranne la nona, caratterizzate dal tema dell’ingenium, di cui ci si serve per raggiungere i propri obiettivi.
In queste novelle emerge il tema dell’Eros, forza naturale che non può e non deve essere repressa e che si manifesta sia nell’uomo sia nella donna, indipendentemente dalla condizione sociale.
Alibech non è più la donna angelo, tanto agognata nel dolce stil novo. È una donna terrena e non è immune alle tentazioni della carne. Infatti, se dapprima era stata sconvolta dal dolore che comportava l’operazione di “rimettere il diavolo all’Inferno”, in seguito prova piacere nel farlo e soprattutto, cosa rivoluzionaria, non ha paura di ammetterlo: «Padre mio, io son qui venuta per servire a Dio e non per istare oziosa; andiamo a rimettere il diavolo in inferno».
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In conclusione, seppur per Boccaccio l’ideale cortese della donna, che consiste nel ritenerla divina, irraggiungibile, oggetto di ogni cortesia da parte dell’uomo, conviva con quello borghese, più legato alla corporalità e al carattere terreno del sentimento amoroso, la donna non è più solo oggetto desiderato, bensì soggetto che desidera, è libera di provare interesse per un uomo e di manifestarlo e viene apprezzata non solo per la sua bellezza esteriore ma soprattutto per il suo ingegno.

 

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