Peppino Impastato, a 40 anni dalla morte

BENEDETTA MESSINEO

23/05/2018

La notte fra l’otto e il nove Maggio del 1978 moriva Peppino Impastato, lacerato dal tritolo sul tratto ferroviario che collega Palermo a Trapani.
“Si tratta di un suicidio- affermò semplicisticamente l’allora maggiore dei carabinieri Antonio Subranni-Oppure di un fallito attentato terroristico, di cui lo stesso autore è rimasto vittima”.

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Foto Espresso, La Repubblica

Ma, in realtà, non era questo. Era ben altro. Dietro quella deflagrazione mortale c’era Cosa Nostra, c’era la “punizione” per l’impegno civile di Peppino con Radio Aut, di quel giovane dalla barba nera che non aveva paura di sbeffeggiare e deridere la mafia, quella mafia che lui aveva sempre conosciuto, visto che suo padre Luigi era il cognato del boss Cesare Manzella.

 

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Foto di Cultura a Colori

Sarebbe stato più facile, per lui, abbassare la testa e adeguarsi al contesto, capire che a comandare era la mafia. Ma il giovane decise di opporsi, di iniziare una battaglia che sembrava avere un esito scontato: la sconfitta.
Nel 1977, dopo aver costituito il gruppo “Musica e cultura”, fondò Radio Aut, un’emittente radiofonica in cui denunciava gli atti illeciti compiuti quotidianamente dai mafiosi locali. Il programma più seguito era “Onda pazza a Mafiopoli”, una trasmissione satirica in cui il boss Gaetano Badalamenti venne ribattezzato “Tano Seduto”.

 

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Foto di Il Giorno

Nel 1978 Impastato si candidò alle elezioni locali nelle liste di Democrazia Proletaria, ma quando venne eletto era già morto da una settimana. Ai suoi funerali si recarono giovani provenienti da Cinisi e Palermo, i quali, sfrontatamente, ripeterono gli slogan che Peppino aveva formulato e trasmesso tramite la sua radio.
Nel 1984, l’impegno del fratello Giovanni, della madre Felicia e del Centro siciliano di documentazioni permise di accertare la natura mafiosa dell’omicidio del giovane; tuttavia il Tribunale di Palermo decise di archiviare il caso a causa dell’impossibilità di scoprire i responsabili della fine violenta di Impastato.
Soltanto nel 1996, grazie alla testimonianza del pentito Salvatore Palazzolo, vennero individuati i colpevoli: Gaetano Badalamenti (già in carcere a New York per traffico internazionale di droga) e il suo vice Vito Palazzolo. Il primo venne condannato all’ergastolo, mentre il secondo dovette scontare trent’anni di reclusione.
Quest’anno, in occasione della celebrazione del 40esimo anniversario dalla morte di questo importante personaggio, “Casa memoria Peppino e Felicia Impastato” si è impegnata nel proporre dibattiti e convegni con libri e musica, muovendo masse di ragazzi e ragazze, come faceva Peppino, per fare in modo che il testimone passasse alla nuova generazione, alla quale è affidato l’arduo compito di portare in alto lo stendardo della giustizia e della libertà.

 

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Città nuove Corleone

L’intento degli assassini di Peppino era quello di spegnere la voce di un giovane di soli 30 anni, che abitava ad appena 100 passi dalla casa del boss che commissionò la sua morte e che aveva avuto il coraggio di abbattere il muro dell’omertà e dell’imposizione del silenzio.
Ma, come dice suo fratello Giovanni: ”Mettendolo a tacere hanno amplificato la sua voce”. Se lo avessero lasciato parlare, la gente si sarebbe stancata, o lui stesso avrebbe rischiato di cadere nel ridicolo.
“E ciò non dipende solo dal messaggio che viene lanciato-continua Giovanni -, ma dalla sua qualità poiché, se è la vittima a parlare, tutti tacciono, in quanto la sua autorevolezza è indiscutibile”.

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