“Settecento”, secolo di rivoluzioni

GIACOMO GRIMALDI

24/04/2018

Gli storiografi hanno definito il Seicento secolo di “crisi” o “epoca di transizione”, per indicare la drastica situazione economica o, in alternativa, la trasformazione da vecchio a nuovo. Infatti molti di loro si sono impegnati e concentrati nel parlare dello Stato, analizzandolo relativamente a quel periodo storico in maniera ben precisa.

images-3.jpgNel 1979 Pierangelo Schiera ha descritto il passaggio da signorie feudali a Stato unitario, nel 1986 Charles Tilly lo ha definito “Stato-amministrazione” evidenziandone i pregi e gli apporti positivi (drenaggio fiscale, sostegno economico, difesa dei confini…), e George Trevelyan ne ha espletato i due modelli principali (Assolutismo francese e Monarchia parlamentare inglese). Ma si è giunti alla vera e propria “crisi” –intesa, come dice il dizionario Treccani, nel senso etimologico della parola, “dal lat. crisis, gr. κρίσις «scelta, decisione, fase decisiva», der. di κρίνω «distinguere, giudicare»” e quindi svolta, cambiamento, situazione sociale instabile- solo nel secolo successivo: il Settecento.

images-9Non a caso sullo scenario settecentesco hanno avuto luogo tre grandi e caratterizzanti rivoluzioni, fenomeni di lunga durata e fulcro del dibattito storiografico riguardante questo secolo: la Rivoluzione Americana, la Rivoluzione Industriale e la Rivoluzione Francese.

images-1A causa di queste, tutto il secolo è stato caratterizzato da un subbuglio generale e dalla forza inarrestabile del popolo, stanco di sottostare alle decisioni dello Stato. La figura centrale e di spicco è stata di sicuro la borghesia, i cui ideali hanno influenzato la società e permesso al cambiamento rivoluzionario di inondare e, soprattutto, scacciare i vecchi sistemi.

images-6.jpgTanto è vero che durante tutte e tre le rivoluzioni il popolo dimostra un determinato attivismo. Ad esempio in America, dove nel 1773 i coloni si ribellano contro la corona inglese a causa delle ingenti tasse e gettano in mare l’intero carico di te, durante l’episodio passato alla storia come Boston Tea Party; nel 1775 inizia la Guerra di Indipendenza Americana; e il 4 luglio 1776 viene elaborata la Dichiarazione di Indipendenza, che stabilisce come diritti naturali di ogni uomo “la vita, la libertà e la persecuzione della felicità”.

images-5Oppure in Inghilterra, in cui gli operai organizzano violente rivolte, come il luddismo, contro la disoccupazione causata dall’uso delle macchine al posto del lavoro umano; e nascono i primi sindacati, chiamati TradeUnions, con lo scopo di migliorare i salari e tutelare le condizioni dei lavoratori e dei datori di lavoro.

images-8Ma anche in Francia, dove il 17 giugno 1789 il “terzo stato” francese si riunisce autonomamente nell’Assemblea Nazionale Costituente, con lo scopo di scrivere una costituzione per la Francia; il 14 luglio dello stesso anno, durante la cosiddetta Presa della Bastiglia, una grande folla si reca alla Bastiglia, antica prigione al centro di Parigi, per difendere gli ideali della loro rivoluzione e la Costituente; il 26 agosto viene pubblicata la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, i cui principi sono liberté, égalité e fraternité; o quando il 5 ottobre dello stesso anno un gruppo di donne dei mercati di Parigi, insieme a 20.000 volontari della Guardia Nazionale, si reca a Versailles per chiedere direttamente al re del pane. Un popolo che non ha paura di niente e di nessuno e che lotta per i suoi diritti, non fermandosi davanti a nulla.

images-2Lo storiografo americano Gordon Stewart Wood e lo scozzese Niall Ferguson hanno trattato l’argomento della Rivoluzione Americana. Il primo ha messo in evidenza il fenomeno del repubblicanesimo, un nuovo ideale che egli ha definito “ispirato e soggetto alle fazioni e ai disordini interni”, ma anche “radicale”, infatti, secondo Wood esso aveva bisogno di una virtù morale e di una dedizione altruistica verso il bene pubblico. Il secondo, invece, si è occupato del ruolo dei “lealisti”, ossia quei coloni che rimasero comunque fedeli all’Inghilterra e si opponevano alla rivoluzione, ma ha anche sottolineato l’importanza dell’intervento della Francia, grazie alla quale i ribelli riescono a circondare l’esercito inglese a Yorktown, facendolo arrendere. Ferguson ha dato uno “sguardo capovolto” alla rivoluzione delle tredici colonie americane, parlando di una legenda secondo la quale i britannici marciando verso la loro prigionia cantavano “The World Turned Upside Down”.

images-4Della Rivoluzione Industriale, invece, si sono occupati molti altri studiosi, poiché un fenomeno di lunga durata come questo merita un corposo dibattito. Tra questi, Joel Mokyr, Robert Allen e Deidre McCloskey. In un volume del 1993, Mokyr ha escluso che le cause del progresso industriale fossero state la posizione geografica e la disponibilità delle risorse naturali, egli ha scritto infatti: “il Belgio, la prima nazione ad adottare le tecniche britanniche, aveva in comune con la Gran Bretagna l’abbondanza di ferro e carbone; la Svizzera, che lo seguì a ruota, non ne aveva né l’uno né l’altro”. D’altro canto, nel 2009, Allen ha affrontato il tema della tecnologia, spiegando che la fortuna dell’Inghilterra fosse dovuta agli alti salari che facevano risparmiare manodopera e ai bassi tassi d’interesse. Infine, McCloskey nel 2010 si è chiesto per quale motivo i flussi di innovazione tecnologica si ebbero solo in Inghilterra e non in Francia, ad esempio. La sua risposta è stata il background culturale, che risentiva degli influssi dell’Illuminismo e dell’Empirismo, ma soprattutto, “ciò che di nuovo apparve sulla scena e denota l’inizio della crescita economica e della riduzione della mortalità fu più precisamente l’affermazione della dignità e della libertà borghesi […], che si incontra nelle sue forme iniziali attorno al 1720”.

images-7Infine, anche la Rivoluzione Francese è stata al centro del ciclone storiografico. Innanzitutto, essa è stata sottoposta alla critica dell’americano George V. Taylor, che ha negato per la prima volta la definizione di “rivoluzione borghese”, perché pensava che fosse una riduzione secondo lo schema marxista che la trasformava in una lotta tra classi sociali, cioè aristocrazia contro borghesia. E, secondo Taylor, queste due classi non erano in contrapposizione dal punto di vista economico, ma al massimo da quello giuridico. Una nuova definizione è stata fornita dallo storico François Furet, che ha precisato che essa è stata una “rivoluzione politica” con conseguenze sociali, e non viceversa. Per provare ciò, egli ha studiato il contesto storico francese prima e dopo il 1789, rendendosi conto del predominio del centralismo statale, da Richelieu a Robespierre e poi a Bonaparte. Invece la nuova figura del “sanculotto” è stata studiata dal francese Michel Vovelle, che lo ha definito “militante politico” e ne ha spiegato la mentalità, le estrazioni, le idee e le aspirazioni. Il sanculotto è la testimonianza della trasformazione dei sudditi in cittadini e dei cittadini in militanti. Un’altra pista ampiamente dibattuta è stata la storia culturale e tra gli esponenti che ne hanno parlato c’è stata la storica Mona Ozouf, che ha approfondito il tema della pedagogia rivoluzionaria e delle feste repubblicane, intrecciando la storia con gli studi antropologici. Il fine delle feste, per la Ozouf, è stato celebrare e sacralizzare gli avvenimenti rivoluzionari. “Le feste sono dunque un supplemento, o meglio un sostituto di educazione […] si rivolgono non all’intelligenza ma all’uomo nella sua totalità e coinvolgono l’intera comunità […] (per) l’educazione nazionale”.

Ecco perché il Settecento è stato un secolo di puro attivismo, ma anche di grande svolta.

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