Idi di marzo del 44 a.C.

LIDIA RIBAUDO

20/04/2018

Era il 15 marzo 44 a.C. e Gaio Giulio Cesare cadeva in senato, vittima di una congiura. Idus Martiae (latino per “ Idi di Marzo”) erano un giorno festivo dedicato a Marte, dio della guerra. Il termine idi si riferiva al 15º giorno dei mesi di marzo, maggio, luglio e ottobre, e al 13º giorno degli altri mesi.

imagesPrima della sua elezione a console, avvenuta nel 59 a.C., Cesare riuscì a unire gli interessi politici di Crasso e Pompeo, consoli nel 70 a.C., formando quello che prese il nome di “primo triumvirato” e che gli procurò l’influenza necessaria per la nomina di console.

 

L’accordo tra i tre aveva determinati scopi e interessi politici: Cesare, come proconsole, ottenne il governo della Gallia cisalpina e transalpina, dell’Illirico e il comando di quattro legioni, per cinque anni; Pompeo e Crasso ottennero un secondo consolato nel 55 a.C. e il comando di vari territori.

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Alla morte di Crasso nel 53 a.C. a Carre l’accordo tra Cesare e Pompeo cominciò a decadere: nonostante i tentativi di mediazione, non si trovò un compromesso.                                                                                                5 anni prima della sua morte, il 10 gennaio del 49 a.C., Cesare oltrepassò il limite di sopportazione di Pompeo varcando in armi il fiume Rubicone, azione severamente vietata dal corpus legislativo romano che prevedeva il non attraversamento del Rubicone con l’esercito: con quest’atto Cesare dichiara guerra alla res publica. Nel frattempo Cesare si assicurò il controllo di Roma e in seguito sconfisse Pompeo in Spagna.La sconfitta decisiva avvenne nell’agosto 48 a.C. a Farsalo.                                                                                                    Celebrate le sue numerose vittorie, Cesare dà inizio a un profondo cambiamento nella res publica, che diventerà irreversibile e cambierà le sorti di Cesare stesso.

Verso la fine del 46 a.C., Cesare si reca in Spagna per affrontare le forze pompeiane strette intorno a Gneo e Sesto, figli di Pompeo. I due eserciti si scontrano il 17 marzo 45 a.C. con la conseguente vittoria di Cesare nella Battaglia di Munda.                                                                                                                                               La sconfitta finale della factio pompeiana causò vari borbottii di antipatia nei confronti di Giulio Cesare, contribuendo a buttare acqua sul bagnato che Cesare stesso aveva provocato.

images-3La tendenza autoritaria di Cesare, le guerre civili, i rancori e le rivalità esistenti tra i membri della stessa fazione cesariana oltre che quelle con il gruppo pompeiano crearono i pretesti per il concepimento dell’idea della congiura che si stava facendo strada tra i banchi del senato di Roma.

 

15 febbraio 44 a.C., festa dei Lupercalia: Marco Antonio offre a Cesare un diadema. È Cicerone, probabilmente spettatore della scena, a raccontare (Phil. 2,34,78-79) l’avvenimento: Antonio offrì il diadema a Cesare che rifiutò accortosi della disapprovazione del popolo. Protese il diadema verso Cesare una seconda volta, ma ottenne nuovamente un rifiuto, probabilmente perché Cesare cercava di dimostrare al popolo come lo tenesse in considerazione. Lo stesso avvenimento viene addirittura registrato nei Fasti, dove lo stesso Antonio scrive come Cesare, dictator perpetuo, abbia rifiutato il diadema per volere del popolo.

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Nonostante Cesare abbia rifiutato il diadema, quell’offerta valse al dictator l’accusa di adfectatio regni, cioè di aspirare alla tirannide.                                                                                                                                   La seduta del Senato del 15 marzo probabilmente sarebbe stata l’ultima opportunità per eliminare Cesare, che qualche giorno dopo sarebbe partito per una campagna contro i Parti. Circa una sessantina di cesaricidi ne approfitta e durante la seduta del senato la schiena di Giulio Cesare viene deturpata da 23 coltellate. Ma Cesare riceve un colpo ancora più basso: tra i congiurati c’è Marco Giunio Bruto, suo figlio adottivo, e a lui sono rivolte quelle che, probabilmente, saranno state le ultime parole di Caio Giulio Cesare: “Tu quoque, Brute, filii mi?                                                  

 

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