«Sviluppo è il nuovo nome della pace»

PAOLO BUTTIGLIERI

03/01/2018

A 50 anni dalla «Populorum progressio». All’indomani del Concilio Ecumenico Vaticano II, Paolo VI, facendo seguito al percorso tracciato dalla quarta costituzione apostolica conciliare “Gaudium et spes”, in linea con il magistero sociale dei papi nelle encicliche, “Rerum novarum” di Leone XIII, “Quadragesimo anno”, di Pio XI, “Mater et magistra” e “Pacem in terris” di Giovanni XXIII – e i messaggi al mondo di Pio XII , esorta la Chiesa a mettersi al servizio degli uomini, a convincerli dell’urgenza di una azione solidale globale.

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Sulla scia dell’intervento fatto all’Onu nell’ottobre di due anni prima, Papa Montini, emana un documento che prefigura con decenni d’anticipo, le grandi domande che i movimenti migratori stanno drammaticamente ponendo alle «società dell’opulenza» di oggi.

La «Populorum progressio», 50 anni dopo, pietra miliare del magistero sociale della Chiesa, pubblicata il 28 marzo 1967 è un documento destinato a segnare la storia del pontificato di Paolo VI. La Chiesa, «esperta in umanità», non pretende di «intromettersi nella politica degli stati», ma offre una «visione globale dell’uomo e della sua umanità», afferma Montini.

In quegli anni Sessanta, connotati dal mito della crescita illimitata e dalla conquista dello spazio, la Chiesa «trasale davanti a questo grido d’angoscia e chiama ognuno a rispondere con amore al proprio fratello». «Essere affrancati dalla miseria, garantire in maniera più sicura la propria sussistenza, la salute, un’occupazione stabile; una partecipazione più piena alle responsabilità, al di fuori da ogni oppressione, al riparo da situazioni che offendono la loro dignità di uomini; godere di una maggiore istruzione; in una parola, fare conoscere e avere di più, per essere di più: ecco l’aspirazione», spiega Paolo VI.

La parola «sviluppo» era di moda i quegli anni. Il Pontefice indica, innanzitutto il progresso come crescita di tutti gli uomini e di tutto l’uomo, “sviluppo integrale” o “umanesimo plenario”. Paolo VI, pertanto, critica l’ossessione del progetto capitalistico basato sul profitto sregolato, la proprietà privata intesa come valore assoluto, una società ipertecnologizzata. Addita come antidoto: l’istruzione, l’educazione, la formazione, il rispetto delle culture, la cura dei “tempi di sviluppo” «I popoli ricchi godono di una crescita rapida, afferma Montini, mentre lento è il ritmo di sviluppo di quelli poveri». Nel secolo della “velocità”, il gap determina una forbice che porta all’imperialismo economico, da una parte, e all’esasperazione dei popoli in ritardo, dall’altra, paventando il rischio di rivolte o derive totalitarie.

L’Enciclica è pervasa dalla categoria della “speranza”, speranza nell’umanità solidale. «Non insisteremo mai abbastanza sul dovere dell’accoglienza – dovere di solidarietà umana e di carità cristiana – che incombe sia alle famiglie, sia alle organizzazioni culturali dei paesi ospitanti», Paolo VI auspica un’accoglienza dei migranti “rispettosa” dei tempi, delle sensibilità e delle culture. E ancora, sviluppo sociale non solo economico; la necessità per la crescita del mondo non solo di tecnici ma di uomini capaci di pensiero profondo, votati alla ricerca di un umanesimo nuovo, che permetta all’uomo moderno di ritrovare se stesso, assumendo i valori superiori d’amore, d’amicizia, di contemplazione; l’ingiustizia sociale come ostacolo alla pace tra i popoli.

La vocazione allo sviluppo e al dovere di promuoverlo è stigmatizzata nell’aumento della considerazione della dignità di tutti, nella cooperazione al bene comune e nella volontà di pace. «Sviluppo è il nuovo nome della pace».

Critiche feroci furono mosse al Pontefice da parte dei circoli economici conservatori e di ambienti capitalistici. Papa Montini sarà apostrofato come «marxista». «I Papi si occupino di teologia e di morale, ma non di queste cose, affermano taluni, perché non sono bene informati di economia, finanza, lavoro…». Giudizi simili sono stati espressi, di recente, su certi passaggi dell’esortazione “Evangelii gaudium” o dell’enciclica “Laudato si”, di Papa Francesco. “Nulla di nuovo sotto il sole”.

 

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