“Questione meridionale”, un antico divario tra Nord e Sud?

VALERIA CIRIACONO

07/06/2017

Gli studenti delle classi quarte dell’istituto superiore “B. Secusio” hanno avuto la possibilità di partecipare a un seminario di formazione storico-giornalistica, che ha avuto luogo presso il suddetto istituto l’otto Aprile 2017. Il seminario, organizzato dall’ UCSI ( Unione Cattolica Stampa Italiana) e dal dipartimento di Storia e Filosofia del Liceo, ha avuto per oggetto “Comunicare il fatto storico : la Questione meridionale” e ha visto la partecipazione di numerosi esperti, tra cui il docente P. Buttiglieri nonché Cons. Ecclesiastico. reg. UCSI Sicilia e giornalista, A. Sindoni, docente universitario, scrittore, esperto di Storia Moderna e Contemporanea e giornalista, G. Maduli, scrittore, Vic. Pres. Parlamento delle Due Sicilie, D. Interdonato, giornalista, Presidente Reg. UCSI.

IMG_5163Il seminario è iniziato con la trattazione del tema “Il fatto storico” e i presupposti metodologici e deontologici per comunicare il fatto storico.

Un fatto storico è un evento accaduto nel passato e che ha modificato il corso della storia.

Accertare la verità del fatto storico è fondamentale ed è compito dello storico, uno studioso del passato, il quale raccoglie le fonti, le analizza, verifica se sono autentiche, le mette in ordine cronologico e infine ricostruisce gli avvenimenti collegando le informazioni trovate.

La comunicazione del fatto storico è, invece, affidata al giornalista, un lavoratore del campo dell’informazione che si occupa di descrivere e scegliere notizie per poi diffonderle.

La comunicazione storica deve essere una relazione a carattere simmetrico, dove si ha un confronto “dialettico” tra i soggetti. In tale comunicazione occorre elevare al massimo il grado di significazione, cioè la relazione tra un significante ed un significato e mettere in relazione eventi, personaggi e azioni.

Storia e giornalismo sono, dunque, due realtà diverse : la prima è una “scienza umana” mentre la seconda è “un’arte”, che, purtroppo oggi è messa a rischio dai cosiddetti “giornalisti fai da te”.

La conferenza ha continuato con la presentazione del tema la “Questione meridionale” .

La locuzione “questione meridionale” è stata utilizzata per la prima volta nel 1873 dal deputato radicale lombardo Antonio Billia, intendendo la disastrosa situazione economica del Mezzogiorno in confronto alle altre regioni dell’Italia unita.

L’origine delle differenze economiche e sociali tra le regioni italiane è controversa. Tuttavia, la corrente storiografica maggioritaria sostiene che tali differenze fossero già molto evidenti al momento dell’unità.

cropped-c84etigwsaahudt.jpgLe cause della questione meridionale vanno comunque ricercate nelle numerose vicende politiche e socio-economiche che hanno caratterizzato il Meridione come il mancato periodo comunale, suscitatore di energie spirituali e produttive, la persistenza di monarchie straniere incapaci di creare uno stato moderno, il dominio di un baronaggio, detentore di tutti i privilegi, la persistenza del latifondo, la mancanza di una classe borghese, creatrice di ricchezza ed animatrice di nuove forme di vita politica. Particolare importanza ebbero le alleanze tra monarchie straniere e nobiltà sulla base del mantenimento del regime feudale; esse alimentarono i privilegi di classe e determinarono una mentalità statica(immobilismo, tradizionalismo, passivismo) e un’atmosfera di servilismo che contribuì molto all’ignoranza e alla miseria del popolo. Tale alleanza impedì la formazione di una borghesia attiva, intraprendente.

 

IMG_5168Il Meridione conseguì un minimo progresso grazie alla Cassa per il Mezzogiorno, un ente pubblico italiano creato dal Governo De Gasperi VI, per finanziare iniziative industriali tese allo sviluppo economico del meridione d’Italia, allo scopo di colmare il divario con l’Italia settentrionale. L’idea venne, nel 1950, al meridionalista Pasquale Saraceno, e ad alcuni suoi collaboratori. Il risultato della Cassa non fu affatto discutibile per quanto riguarda l’utilizzo dei capitali pubblici, considerando l’arretratezza del Sud del paese nel 1950 rispetto al resto del paese in termini di risorse infrastrutturali e reddito pro capite, e soprattutto considerando che al Nord vi si elargivano cifre quasi 100 volte superiori in via del tutto ordinaria. Tuttavia, l’ente, inizialmente previsto per 10 anni, è stato poi prorogato con leggi successive fino al 1984.

I PROBLEMI DEL NUOVO REGNO: UN PAESE DIVISO

Nel 1861 nasce il Regno d’Italia; nonostante la sua unificazione, gravavano su di esso numerosi problemi:

  • La maggior parte della popolazione era povera e molte regioni del nuovo stato(quelle meridionali soprattutto) erano in condizioni di arretratezza;
  • Le regioni erano divise da “barriere secolari” fatte di tradizioni e culture diverse.(L’italiano era parlato correttamente solo da pochissima gente e molti conoscevano soltanto il dialetto. Inoltre le varie regioni erano regolamentate da leggi completamente differenti tra loro)

Un tentativo attuato per risolvere i problemi che caratterizzavano il nuovo regno, fu quello di estendere le leggi dello stato piemontese a tutto il regno d’Italia, nella convinzione che ciò avrebbe accelerato l’integrazione (piemontesizzazione).

Nel 1862 venne applicata la legge Casati, che prevedeva quattro anni di scuola elementare obbligatoria e gratuita. Era un progresso notevole per diverse regioni italiane dominate dall’analfabetismo, ma l’applicazione della legge fu lenta e disomogenea.

In seguito fu esteso a tutta l’Italia, il servizio militare obbligatorio, che in Piemonte durava cinque anni. Questo provvedimento suscitò un grande malcontento soprattutto nel Mezzogiorno, dove venivano tolte alle famiglie contadine braccia indispensabili alla sopravvivenza.

Nei primi anni dopo l’unificazione, l’Italia compì un notevole sforzo economico per modernizzarsi e crescere. Tale impegno diede per certi versi buoni risultati: crebbe, infatti, una ricca borghesia di imprenditori. Tuttavia, mentre la produzione industriale del Nord poté espandersi, grazie a un ampio mercato interno, le industrie del Meridione, poche e deboli, non furono in grado di reggere la concorrenza del Nord. L’unità d’Italia, quindi, ebbe l’effetto di bloccare per lungo tempo lo sviluppo industriale del Sud, condannato a essere una regione agricola, dipendente dall’industria settentrionale per quanto riguardava i macchinari e i beni industriali di consumo.

Ad aggravare ancora sulla condizione del Meridione fu l’introduzione della tassa sul macinato (1868). Essa prevendeva il pagamento ai mugnai per far macinare il grano. Questa tassa fece aumentare il prezzo della farina e quindi del pane. In tutta Italia scoppiarono proteste e manifestazioni contro il governo. Esasperati e delusi dal nuovo stato, gruppi di contadini diedero vita al fenomeno del brigantaggio, cioè la formazione di bande di briganti , una forma di ribellione e di sopravvivenza ai margini della società. Si trattò di una vera e propria rivolta popolare su vasta scala, che coinvolse centinaia di migliaia di persone e che costituì il segno più chiaro di un malessere dell’intero Sud. Di fronte a questo fenomeno, il governo intervenne in primo luogo con l’esercito regolare, inviato con grandi forze nel mezzogiorno. Dopo le difficoltà incontrate nella prima fase, venne promossa un’inchiesta parlamentare per meglio conoscere il fenomeno e rafforzare l’intervento. Fu attuata una legislazione di emergenza: con la legge Pica (1863), furono istituiti tribunali militari, fu legittimata la fucilazione verso chi faceva resistenza e fu stabilito l’allontanamento dal paese di origine per le persone sospette di appoggiare briganti e per i vagabondi. L’insieme di questi provvedimenti portò all’indebolimento e alla fine del brigantaggio. Le condizioni dei contadini meridionali non migliorarono e in molti presero sempre di più la strada dell’emigrazione. Tale scelta fu giustificata dal periodo di Grande depressione (1873- 1896) che si verificò in Italia : l’economia fu colpita dalla deflazione e da un periodo di stagnazione della produzione e del reddito. Inoltre l’asse dell’egemonia economica mondiale cominciò a spostarsi dalla Gran Bretagna agli Stati Uniti e alla Germania. Le migrazioni verso l’estero rappresentarono, dunque, un fenomeno caratteristico dell’evoluzione demografica, economica e sociale del regno volto alla sopravvivenza stessa degli individui e delle famiglie, resa problematica a causa dello squilibrio fra crescita demografica e sviluppo economico. Dal punto di vista quantitativo il fenomeno assunse dimensioni notevoli. Si stima che fra il 1876, anno in cui si cominciarono a rilevare ufficialmente i dati, e il 1985 circa 26,5 milioni di persone lasciarono il territorio nazionale.

L’interpretazione della Questione meridionale ha vissuto profonde evoluzioni nel tempo.

Si possono distinguere tre approcci storiografici principali, che ricalcano in grosse linee dibattiti ideologici e politici maggiori:

  • La storiografia classica, proposta dal Mezzogiorno come segno di un’evoluzione atipica o ritardata, dove altre condizioni avrebbero permesso alla regione di inserirsi con successo in una dinamica di crescita e di integrazione. Al riguardo si evidenzia la tesi che considera il divario Nord-Sud preesistente all’Unità e provocato principalmente dalla diversa storia dei due territori, già a partire dalla caduta dell’impero romano, differenza che si è rafforzata a partire dal 1.300.
  • La storiografia moderna, proposta da Gramsci e Salvemini, vede il persistere della miseria come una componente essenziale del capitalismo, che è basato sulle dualità sfruttatore- sfruttato, sviluppo- sottosviluppo, anche su base geografica.
  • L’interpretazione deterministica, che vede nella demografia (attraverso tesi razziste) o nella geografia del sud le origini, spesso insormontabili, della povertà nella quale si trova il Meridione.

Personalmente, analizzando i tre approcci storiografici principali, considero la teoria sostenuta dalla storiografia classica più vicina alla verità. E’ documentato, infatti, come siano sempre esistite delle differenze socio-economiche tra Nord e Sud, anche prima dell’unificazione dell’Italia, a causa della diversa storia dei due territori.

Ancora oggi è possibile notare delle differenze tra Nord e Sud quali le infrastrutture, la viabilità, le possibilità occupazionali, che risultano al Sud più carenti rispetto al Nord. Occorre, quindi, anche attraverso l’analisi delle origini del divario, trovare delle soluzioni capaci di “colmare” le differenze che dividono l’Italia.

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