E lo chiamano: “gioco”.

GIACOMO GRIMALDI

22/05/2017

Blue Whale” è il nome inglese della Balenottera azzurra. E, nell’ultimo periodo, è anche il nome di un folle gioco-suicidio. Esso è una nuovissima tendenza nella quale i ragazzi decidono di togliersi la vita seguendo le regole di una strana sorta di gioco. Il suo nome non è affatto casuale: il suicidio viene paragonato alla morte delle balene spiaggiate.

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Foto di http://www.adnkronos.com

Questa pratica è nata in Russia nel 2013, a seguito di ciò si contano già 157 morti, ed è probabile che tra essi ci sia un italiano. L’ideatore è Philipp Budeikin, ex studente russo di psicologia, adesso espulso, arrestato e condannato. Il suo scopo era quello di “ripulire” la società eliminando tutti coloro i quali non meritavano di vivere. Egli non si pente di nulla.

Le vittime sono accuratamente scelte e seguite durante il gioco da amministratori o curatori. Esse sono di solito vulnerabili adolescenti molto deboli e facilmente manipolabili, tra i 9 e 17 anni.

Il gioco dura 50 giorni e si compone di 50 regole. Il processo per “diventare una balena” è molto lungo e dettagliato: si segue un percorso di sofferenze e autolesioni che porta i “partecipanti” alla depressione e al suicidio. Una volta iniziato, non ci si può ritirare, conseguenziali le minacce. Si inizia sui social network. Susseguono piccoli e frequenti tagli e video psichedelici e dell’orrore. Si procede con prove segrete ed estreme, come sedersi su un tetto con le gambe nel vuoto o incidersi una balena sulla mano. È necessario avere contatti e incontri con altri “giocatori”. Non si può parlare del gioco con nessuno e bisogna anche accettare la data di morte, imposta dal “curatore”. L’ultima regola è saltare da un alto edificio, per “prendere la propria vita”.

Si può decidere della vita degli altri nel XXI secolo? È possibile che qualcuno decida come ripulire la società? Qualcuno è in grado di stabilire chi sia degno di vivere e chi no? Sembra quasi di tornare indietro allo scorso secolo, quando in preda all’onnipotenza qualcuno credeva di poter decidere della vita degli altri.

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