La Festa dei morti, “social network” del tempo che fu.

PAOLO BUTTIGLIERI

02/11/2016

Lo squillo della campana, in ottobre, segnava l’inizio della scuola, si indossavano i grembiuli, e tutti già aspettavamo con trepidazione la “festa dei morti”. Le foto incorniciate dei nonni e i racconti, ci preparavano alla magia di tale avvenimento.

L’1 novembre ci mettevamo a letto sotto le coperte e recitavamo con cura le preghiere, e poi con un occhio chiuso e l’altro aperto, fissavamo il canestro vuoto ai piedi del letto. Un’attesa gioiosa. Non aspettavamo mostri, fantasmi o streghe, né sentivamo cigolii di catene.

Al risveglio, …erano passati, lasciando il segno. I nostri cari defunti, conosciuti o immaginati dalla nostra fantasia, avevano lasciato dolci profumati e coloratissimi, giocattoli e tanta allegria.

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I pupi ri zuccaru e frutta martorana.

Giocattoli di ogni sorta, scarpe nuove, talvolta piene di dolcetti, come i particolari biscotti tipici di questa festa: i crozzi ‘i mottu (ossa di morto) o i pupatelli ripieni di mandorle tostate, i taralli ciambelle rivestite di glassa zuccherata, i nucatoli e i Tetù (totò) bianchi e marroni, i primi velati di zucchero, i secondi di polvere di cacao. Frutta secca e cioccolatini. Dolciumi molto prelibati, e tanto attesi, come la frutta martorana e i Pupi ri zuccaru, statuette di zucchero dipinte, ritraenti figure tradizionali come i Paladini.

La ricorrenza dei morti era importante per grandi e piccini. Grazie alla “festa” i defunti erano ricordati dai bambini con il sorriso sulle labbra e con gratitudine, almeno per una volta l’anno.

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Il 2 novembre si ricambiava la visita, tutti al cimitero con fiori e lumini in mano. Si attraversavano corridoi stretti, si incontravano parenti, e in un clima di silenzio mesto, si scoprivano le radici, la genealogia di chi ci aveva preceduto in questa vita. Le foto, anche se sbiadite dal sole, accendevano i più nobili sentimenti di affetto e riconoscenza nei confronti dei propri cari defunti conosciuti direttamente o “raccontati”.

Non capivamo, eravamo troppo piccoli, ma da quei vialetti stretti passava tutta la nostra storia, quello era il crocevia, il luogo fisico dove avvenivano incontri reali di generazioni, di tradizioni, di esseri viventi e non.

Erano i “social network” del tempo. Non solo sentimenti, ma contatti reali. I “sepolcri”, le tombe di foscoliana memoria, non eternavano gli affetti perduti, o le imprese degli estinti, ma consegnavano il testimone di valori e tradizioni necessarie al vivere comune.
Una funzione straordinariamente “educativa”, che rafforzava i vincoli sociali, assicurava il passaggio dei valori più nobili e legava strettamente la terra al cielo.

 

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